Quando sei giovanissima, come me qualche anno fa, e con delle sfortunate velleità artistiche e un’urgenza totalmente immotivata di comunicare capita che ti ritrovi in balìa di maledetti mentori psicotici esangui e senza vita, salvando quelle anime pie di Serianni e Mario Martino, ma per il resto membri di sette di inetti, con la scrittura pesata in ogni virgola con il predicozzo sul senso dell’arte, e con il classico, immondo moralismo di sinistra sull’arte come lavoro e sacrificio, la letteratura come “lavoro”, “artigianato” e altre baggianate incredibili. Lavoristi pure quando scrivete fesserie. Spero che Carmelo Bene vi maledica tutti. Tutti insieme. E poi uno per uno.
Detto questo, sarebbe bene ricordare quanto scrivere sia una condanna. Bisognerebbe scolpirlo indelebilmente sull’androne di ingresso di Lettere e Filosofia, a La Sapienza; cosicché nessuno venga più traumatizzato dalle Maya Sansa colte, sfrante, piagnone, pensose o peggio, dall’orrida e diafana rappresentazione incarnata di questa visione tutta maschile, da parrocchietta e erotomani della Fgci, dell’attrice-geco asessuata Alba Caterina Rohrwacher , inquietante fantasmino da tappezzeria che tanto piace al cinema di Stato per la sua prescindibilità.
Senza poi citare tutto un sottobosco di vassalli che devono tradurre i misteriosi voleri del vate di turno: “Se ha detto così intendeva colà” E passano gli anni in anticamere umide a parlare con questi frustrati finché non ne trovi uno nuovo perché loro sono scomparsi in qualche clinica psichiatrica sulla braccianese o piadinari a Reggio Emilia.
Nel frattempo ieri sera ho rivisto Birdman su Netflix. È incredibile quante cose mi fossero sfuggite e quanto sia bello questo film. Gli attori italiani dovrebbero vederlo due volte a settimana e ripeterlo a memoria tipo mantra interpretando tutti i ruoli e poi andare comunque affanculo ma almeno più consapevoli, con la chiarezza di aver capito di aver sbagliato tutto e con rassegnata malinconia.

Ecco, alla luce di tutto il panorama maneggione e intrallazzone da Roma Congo del cinema tutto e comunque, della letteratura non parlo e non voglio parlare, della comunicazZione parlerò, ho deciso, grazie al capolavoro di Iñárritu, di ricominciare ufficialmente a scrivere; motivo per il quale intendo, come già detto tempo addietro, prendere marito. Feudatario. Gradita sala delle armature. Graditi tre o quattro Caravaggio, e soprattutto con servitù disposta ad ordire truffe, che passi le sue giornate a controllare i nostri vigneti e a salutare i fattori benedicendo le giovani figlie dei nostri contadini mentre io, depressa ma ricchissima, leggo San Tommaso in una segreta del nostro castelletto umbro e discuto di cinema italiano di qualità e del mio progetto di documentario sulle minoranze tutte, guardandomi allo specchio.
Chiamare ore pasti dal mezzo miliardo in su.