Respira.

Continua a respirare. Brava. Butta fuori tutto.-

Se lo ero immaginato così in fondo quel dolore ed era importante, estremamente importante fissarlo bene, soprattutto in quel momento privo di certezze, in quel periodo, in quell’anno così decisivo. In quel “Mille non più Mille” in cui le strade sembravano vuote e senza vita, in quella teca costruita sulle paure e sui vuoti di senso, su certezze traballanti e dogmi inesistenti.

Bruciava.

Doveva bruciare.

E più bruciava, più sentiva, si sentiva. Trattenne un altro respiro, soffocandolo. Diego se ne era accorto, ma aveva continuato a calcare, a fare finta di nulla. L’ago per le linee più spesse doveva fare più male, dicevano. Non era vero. La punta più larga comprimeva il dolore in un qualcosa di più netto, di più immediato. Era la punta fina ad essere infame, tanto.

Fino a poche ore prima era seduta sulla sdraio del proprio terrazzo, il piumone addosso, la tazza di caffè nero stretta tra le mani, quel vento del mattino che sapeva di inizio e una Roma periferica addormentata, le strade fumose e dense di fantasmi fatti di odio verso gli altri, immotivato, terribile, i murales pieni di promesse e di “per sempre”: forse le uniche testimonianze di una realtà viva, di un’espressione; messa a tacere certosinamente da pennellate bianche e irreprensibili.

Ma soprattutto quell’attesa.

Tutti stavano aspettando qualcosa. Cosa?

Era sicuramente qualcosa di importante, ma cosa? Lo aveva dimenticato, forse. No, impossibile.

C’era quel ragazzo. Quel ragazzo fiorentino che parlava di verità, quanto le era rimasto dentro.

Quante campagne, quante volte in cui ci aveva creduto davvero, ci credeva ancora, ci avrebbe creduto sempre.

Le aveva sempre ricordato quel video dei Depeche Mode, “Enjoy the silence”, il suo primo libro letto da bambina: un manuale di astronomia per i più piccoli, da lì aveva cominciato a credere che le cose potessero cambiare davvero, che ci fosse una verità da cercare sempre, le ricordava l’amore per la mitologia che aveva sempre coltivato. L’ambizione, quella sana, quella giusta. Una canzone dei Coldplay e le mattine prima di Natale. Le ricordava tante cose diverse quel ragazzo che faceva politica. Troppe per non provare a lottare con lui.

Ci sono molti motivi per cui le persone decidono di diventare quello che sono, ci sono molti motivi per cui aspettiamo qualcosa.

Tutti sembravano in preda ad un’ansia caotica: il lattaio, la maestra di Matilde, sua madre quando veniva a citofonarle per chiederle se aveva bisogno di qualcosa al supermercato, le mattonelle della cucina.

Sì, anche loro, sembravano sempre un po’ di più, contandole. Perché?

Cosa stava crescendo nella coscienza di tutti?

Lei non lo sapeva, ma sapeva che c’era un vuoto. Un vuoto di senso, una mancanza di direzione.

Tutti stavano aspettando qualcosa. Cosa?

 

“Calcola che ho quasi finito.”

-Lo voglio più cattivo. Lo voglio più da strega.-

-Ma tu non sei una strega. Anche io volevo fare il diavolaccio quando ho cominciato a fare questo lavoro, vent’anni fa. Poi ho scoperto di credere in Dio, e parecchio pure.

Di nuovo una scossa le attraversò la schiena, uscì altro sangue.

-“Buona che ho fatto, ferma.”-

A spiegartelo Diego caro, che ne avevo bisogno davvero, che dovevo ricordarmi qualcosa.

Dovevo ricordarmi di un senso che era stato perduto, un senso di cosa?

La verità.

-Un tatuatore che va in chiesa? Ambisci a diventare il santo patrono dei tatuaggi?-

-La Madonna di Loreto. Non lo sai che i primi cristiani non potendo portare con sé icone sacre se le facevano tatuare addosso? E lo si poteva fare al Santuario della Madonna di Loreto. Lei è la patrona dei tatuaggi, ragazzina. E ora ti faccio male davvero. Respira.-

 

Sapeva di metallo quel dolore, sapeva di tutte le sfide che non aveva vinto e che stava vincendo, sapeva di botte, di lacrime prima di dormire, sapeva di sangue e di notti fredde, ma soprattutto sapeva di verità.

Ci sono molti motivi per cui una persona decide di diventare quello che è. Del resto le favole insegnano proprio questo, no? Fai quello che è giusto fare, poi vinci tutto: castello, principessa e popolo osannante. Poi un bel giorno ti imbatti nel monologo finale di Trainspotting e cambi idea.

La verità, la responsabilità, la consapevolezza.

Tutti stavano aspettando qualcosa.

 

Il dolore continuava, ero diventata rossa come una lattina di coca cola per trattenere le lacrime, quando mi ricordai improvvisamente della neve a Roma.

Della pioggia di quella mattina.

Di tutte le volte in cui avevo capito chi ero, della prima volta che avevo visitato Firenze, di tutte le volte in cui avevo capito e basta.

C’è qualcosa di giusto in quella pioggia, c’è qualcosa di vero in quella neve e soprattutto c’è qualcosa di sicuro in quell’acqua che scorre. La stessa sicurezza del dolore senza il bisogno di provarlo, la stessa verità di chi ha visto mille volte lo stesso film, la stessa giustizia di chi conosce il cemento. Di chi sa toccarlo, davvero.

Diego con tutte le soddisfazioni del caso, dopo avermi vista tornare di un colore normale si stava togliendo i guanti quando Luca, un’apprendista veneto di diciotto anni, scappato di casa per venire a tatuare proprio con Diego Brandi, si avvicinò per vedere come stava venendo e con un romano stirato, esordì:

-“Oh, ‘na bomba.-

Lo guardai, forse neanche davvero, socchiudendo gli occhi e lasciandomi andare, mentre tenevo forte il bracciolo di pelle posto dietro di me inarcando la schiena e affondando le unghie nella pelle finta del lettino. Mi lacrimavano gli occhi, ma ero felice. Felice di aver toccato di nuovo la verità, quella che mi mancava così tanto. Sapevo dove dovevo andare.

Quella che tutti stavano aspettando.

-Il dolore non te chiede “per favore”. Lascia andare, è l’unica.-

-Lascio andare, Luca. Hai ragione. –